Dal vangelo secondo Luca e Matteo

Ci sono due persone che devo ringraziare e sento di doverlo fare pubblicamente. Il primo è Luca, un bagarino che ho conosciuto in un momento di disperazione. Il secondo è Matteo, centralinista del servizio h24 di Roma Capitale, conosciuto soltanto vocalmente in un altro momento di disperazione.

Due settimane fa ero a Bologna al concerto degli Strokes. Gli Strokes ho cominciato ad ascoltarli che avevo 23 anni e una rabbia in corpo che ero convinto mi avrebbe, prima o poi, fruttato qualcosa di buono. Uno stile sporco, intenso, indifferente: si sposava appieno con lo stato d’animo di me ventenne. Da buoni fighetti che sono (cinque figli di papà che si sono conosciuti all’università di NYC che, dopo l’ennesima canna fumata probabilmente, avranno pensato giustamente: “Hey, ma chi ha voglia di sbattersi? Mettiamoci a fare musica, tanto i soldi li abbiamo. Male che va falliamo, ma i soldi continueremo ad averceli”. Gli è andata bene) non venivano in Italia da 15 anni. Sono dei cinquantenni che si comportano da ragazzini. Ma la voglia di litigare con i tuoi componenti, raccontarlo ai giornali, scriverci un libro e magari trascinarli in tribunale sputando su tutta la carriera, ti porta ad accettare che è finito il tempo per prenderti per il culo. Praticamente poteva essere una delle ultime occasioni in cui avrei potuto sentirli.

Arrivato all’ingresso dell’Unipol Arena di Bologna, lo steward mi comunica che il mio biglietto, comprato da un rivenditore online (credetemi, CAZZO mi dovete credere che era strastrastrastra fatto bene), è un falso. Mi cala giù tutta la birra in corpo. Realizzo dentro di me che non li sentirò mai suonare, che come loro metteranno nel cassetto dell’esistenza la loro giovinezza cantata per più di vent’anni, alla fine dovrò farlo anche io. Domani forse, oggi no. Devo entrare. Devo assolutamente entrare. Non posso lasciare questo briciolo di illusione. Sono tutti entrati, non c’è più nessuno. Devo entrare. Da fuori sento il pubblico che urla dentro l’arena. Hanno cominciato. Qualche metro più in là un tizio smilzo e alto, biondo ricciolino, parla con un tipo, di cui non ricordo assolutamente nulla, con un certo fare losco. Mi avvicino e chiedo a uno dei due se ha un biglietto. “Ciao, sono Luca, ho venduto 7 biglietti e me n’è rimasto uno, sono 170 €”. Mi attraversa un brivido lungo tutta la colonna vertebrale che mi entra in testa e mi fa dire, senza rendermene conto: “Ok”. Gli faccio un PayPal. Grazie per questa illusione temporale prorogata. Come ti chiami? Luca? Ciao Luca, hai preservato qualcosa che per me ha un valore drammaticamente alto. Per questa sera viene prorogata la mia capacità di rifiuto, di negazione del presente. Non sai quanto ti sono grato.

Mi sono perso la prima canzone, la seconda no. Reptilia. Sono eccitatissimo, l’euforia mi travolge assieme ad altre 20.000 teste accomunate dallo stesso mix emozionale; e ci sentiamo tutti un po’ livellati davanti a cinque ragazzi troppo cresciuti che non riescono a fare a meno di fare ciò che gli riesce meglio. E lo accetto senza problemi o complicazioni esistenziali, senza l’insicurezza dell’affitto o la paura di svegliarsi una domenica di chissà quando e sentirsi inadeguati col proprio passato.

La seconda persona che vorrei ringraziare è invece Matteo. Matteo è il centralinista di Roma Capitale con cui ho parlato alle 3 A.M. di domenica chiedendogli dove cazzo fosse la mia macchina. In realtà le cose sono andate che avevo parcheggiato su una strada tre ore prima, in cui c’era un cartello che mi minacciava che se avessi parcheggiato lì, la macchina col cazzo che l’avrei trovata. Ignoro deliberatamente la cosa fregandone altamente, per quanto un minimo di rimorso c’era. Ma la cosa che mi ha fregato è che non ero solo: tante altre macchine erano lì parcheggiate. Ed è proprio quando uno non si sente solo che si sente forte. Ma sì, che me ne frega, tanto entro 2 o 3 ore sono di nuovo qui. Che vuoi che succeda? Alla fine è successo ciò di cui ero stato avvertito. Arrivo alla strada in cui avevo parcheggiato con una grande autostima nel petto per motivi che non ricordo, pensavo robe tipo: “Tutti mi amano, sento che la città posso schiacciarla tra i miei due palmi e sputarci sopra: lo farò con un sorriso compiaciuto”. Bella inculata invece. Capisco subito cosa è successo, cerco su internet il numero da chiamare. Matteo è così gentile che, non appena gli recito la targa della macchina, me ne dà subito l’ubicazione. Faccio un tentativo non troppo creduto, giusto per avere la coscienza a posto: “Puoi fare qualcosa per me?”. Lui tentenna un po’, abbassa il tono della voce e malinconicamente risponde che non può fare niente. I toni malinconici che ci dicono la verità non sono mai piacevoli. Ma ho affrontato la situazione con maturità e ciò che mi ha infastidito è che non è stato difficile farlo. È stato giusto che le cose siano andate così.

Mentre cercavo un taxi per Piazza Cavour ho sentito dietro di me un autobus arrivare, mi sono girato e ho letto la destinazione: Termini. Mi sono messo a guardare la città buia dal finestrino ripensando all’ultima volta che avevo preso un notturno. Probabilmente era stato un tempo coincidente con la scoperta degli Strokes. Ho pensato che avrei tanto voluto essere incazzato e sfogare la mia rabbia con Roma Capitale. Non ci sono riuscito. Ho vissuto questa maturità di spirito con un appagamento e una serenità che mi hanno infastidito molto. Credo sia evidente che per qualche sera ho voluto fare finta di vivere un tempo che non fosse mio; è stato divertente.

Il giorno dopo sono andato a ritirare la macchina al deposito: c’erano tutti i tizi che avevano parcheggiato dove l’avevo lasciata io che imprecavano. A me interessava riavere soltanto la mia macchina, ma è stato piacevole fare amicizia con questi colleghi di trasgressione che come me hanno creduto di essere più intelligenti. La signorina dello sportello mi dice che il ritiro costa 150 €. Provare a vivere un tempo che non è stato mio in queste ultime settimane mi è costato 320 €. Soldi ben spesi.

I due soggetti partecipi di questa mia regressione temporale portano il nome di due evangelisti, penne di due dei quattro Vangeli. Non credo ci sia un significato biblico dietro questo, però facciamo finta che sia tutto una specie di disegno voluto da qualcuno e che questi due nomi non siano un caso.


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